Il pittore Paolo Vetri. L’anima di una terra e la memoria di un popolo

Una mostra a Palazzo Chiaramonte a Enna che resterà aperta fino al 18 ottobre 2026 restituisce nuovamente alla Città il suo pittore più illustre

Ci sono artisti che appartengono alla storia dell’arte e altri che appartengono alla memoria di una comunità. Paolo Vetri appartiene ad entrambe. La sua vicenda umana e artistica rappresenta una delle espressioni più alte della cultura ennese fra Otto e Novecento: un pittore che raggiunse notorietà nazionale senza mai recidere il legame profondo con la sua terra, facendo della Sicilia una presenza costante della propria arte.

Nato a Castrogiovanni, l’odierna Enna, il 2 febbraio 1855, Paolo Vetri (1 foto inedita concessa dall'Ing. G. Pirrera) manifestò sin da bambino un talento non comune per il disegno. Fu l’avvocato Paolo Longi, uomo politico ennese di grande sensibilità culturale, ad accorgersi per primo delle straordinarie capacità del giovane, forse dopo aver visto il ritratto che questi aveva realizzato per lui ad appena dodici anni (foto 2). Grazie al suo interessamento, di concerto con quello del deputato ennese Napoleone Colajanni, il Comune di Castrogiovanni gli concesse una borsa di studio che gli permise di trasferirsi a Napoli, allora uno dei più importanti centri artistici d’Europa. La profonda riconoscenza di Paolo Vetri verso il Longi lo accompagnò per tutta la vita, trovando eloquente testimonianza nella ricca e assidua corrispondenza che i due intrattennero nel corso degli anni.

Mi piace raccontare questi fatti con le stesse parole del nostro pittore, contenute in una missiva indirizzata al poeta napoletano Salvatore Di Giacomo:

«Bambino, nè mia madre, nè mio padre contavano farmi imparar mestiere di sorta: ho dovuto, fin d’allora, alla mia forma troppo ideale il non essere accettato nè da calzolai, nè da falegnami. Spiegate, come si dice, le vele dell’arte, cominciai con lo sfiorar li muri di graffiti. Mentre i miei piccoli amici mi accettavano come superiore, a poco a poco arrivai al lapis. Allora il rispetto della «gente seria» cominciò anch’esso e andai a scuola di lettura. Le mie conoscenze scolastiche mi portarono in casa d’una persona, non so se più gentile o più intelligente: questo signor don Paolo Longi doveva o averle sapute o indovinate le mie tendenze. Mi condusse al nostro Museo - egli n’era direttore - e mi fece ricopiare a lapis un quadretto. Poi ne copiai un secondo e un terzo e don Paolo mi si affezionò. Si pensò sul serio a giovarmi, e per tal modo il comune di Castrogiovanni mi assegnò una pensione di 6oo lire annue. Avevo dodici anni. Il dottor Colajanni andava a Genova, ove sta la famiglia d’un suo fratello. Il dottor Colajanni era grande amico di casa mia; egli assunse l’incarico di portarmi con sè a Genova e poi a Napoli. Si partì assieme. Arrivati a Napoli, il buon dottore interrogò una brava persona cui chiese di affidarmi alla scuola di un buon pittore: in breve, fui accompagnato allo studio del signor Morelli»¹.

Nella capitale del Mezzogiorno, Vetri frequentò la classe elementare dell’Istituto di Belle Arti e fu allievo dell’illustre pittore Giuseppe Mancinelli. Successivamente, per intercessione del deputato ennese, Napoleone Colajanni, di cui nel 1907 disegnò il ritratto della moglie, Carolina Rosso Colajanni (foto 3), divenne allievo di Domenico Morelli, maestro indiscusso della pittura italiana dell’Ottocento. Tra i due nacque un rapporto di reciproca stima e affetto che sarebbe divenuto anche familiare quando Paolo sposò Eleonora Morelli, figlia del maestro.

Anche questi fatti mi sembra doveroso ricordare con le parole stesse del Vetri, il quale non sembra apprezzasse molto la figura del Mancinelli, di cui compare soltanto la iniziale:

«Mi par proprio di vederlo adesso come allora lo vidi. Egli era seduto nel suo studio, pensieroso, e per terra stavano certi disegni e sul cavalletto un quadro principiato. Lo studio era silenzioso, pensieroso e io tremavo forte, e una commozione mi prende anche ora che ci penso. Morelli, con l’abituale sua graziosa bontà, mi disse che accettava. Mi diede dei gessi e mi promise che se l’avessi contentato egli m’avrebbe lasciato disegnar lì, nel suo studio. Quando ciò avvenne, io rimasi nel suo studio e vi stetti felicissimo. A lui volevo un gran bene, non vi saprei dir quanto.

Ed ecco che un signore, come di furto, mi obbligò di lasciare lo studio del Morelli e volle andassi, invece, a disegnare in casa del pittore M…, una persona assai fredda, assai fredda, una di quelle persone che pare abbiano in petto il cuore destinato soltanto al noioso ufficio che compie. S’era aperta allora una Esposizione permanente di Belle Arti da Drena e io ci andai. Nell’entrarvi m’incontro col signor Morelli che usciva e mi risolvo in pianto che non saprei dire. Gli dissi alla meglio il fatto di M… e da quel momento rimasi a scuola dal Morelli. Egli mi fece, all’Istituto di Belle Arti, disegnare ove gli altri dipingevano. A dieciotto anni, per concorso fui pensionato dalla Sicilia; è quella un’epoca così felice nel mio ricordo, che solo al pensarvi io trovo dietro di me tutte le cose e tutte le persone buone, e voltandomi e contemplandole in quel tempo, sorrido ad esse, come ad un fedele amico che tanti anni fa vi ha circondato di cure…»².

I primi passi non furono privi di difficoltà, anche economiche, poiché egli dedicò la maggior parte del proprio tempo allo studio del disegno (per un periodo di tre anni come gli era stato prescritto). Le cose non cambiarono quando egli cominciò ad adoperare il pennello, tanto che «i compagni ricordavano i pellegrinaggi di Lui in cerca di lavoro, sia pure modesto, per equilibrare il più che modesto bilancio domestico»³.

Per le prime soddisfazioni bisognerà attendere il 1871, quando il sedicenne Paolo Vetri ottenne la sua pubblica affermazione alla Mostra della Promotrice «Salvator Rosa», esponendo un olio raffigurante in dimensioni naturali «un menestrello», che venne subito acquistato da un mecenate siciliano, il barone Giuseppe Luigi Beneventano della Corte.

Da quel momento, la sua produzione artistica fiorì ininterrottamente abbracciando tutti i campi della tecnica figurativa, dal disegno a carbone, pastello, acquaforte, fumo di candela, alla pittura ad acquerello, olio, tempera, su ceramica e a fresco.

Nel 1874 vinse, ex aequo con Ettore Ximenes, il prestigioso Pensionato Artistico della Sicilia. Da quel momento la sua carriera conobbe una continua ascesa. Espose a Napoli, Roma, Torino, Milano, Firenze, Palermo, Venezia, Berlino, Londra, Pietroburgo e nelle principali rassegne nazionali, conquistando premi e riconoscimenti che lo imposero tra i protagonisti della pittura italiana del suo tempo.

Durante il soggiorno fiorentino del 1879, entrò in contatto con Ettore De Maria Bergler e con l’ambiente dei Macchiaioli. Pur senza aderire pienamente a quel movimento, Vetri assimilò una nuova sensibilità per la luce e per gli effetti atmosferici, elementi che arricchirono il suo linguaggio pittorico senza mai alterarne l’identità verista.

Nel 1891, Vetri conseguì la cattedra di Professore di disegno presso il Regio Istituto di Belle Arti di Napoli, dove insegnò per circa trent’anni, formando numerose generazioni di artisti ai quali impartiva scrupolosamente le sue lezioni, dispensando loro consigli non solo di arte, ma anche di vita. Parallelamente, sviluppò studi teorici sulla prospettiva e sulla percezione visiva, rivelando una personalità colta, rigorosa e profondamente interessata ai fondamenti dell’arte.

La sua fama fu legata soprattutto alla straordinaria attività di decoratore e affreschista. Le sue opere impreziosiscono alcune fra le più importanti chiese e istituzioni dell’Italia meridionale: il Gesù Nuovo e Santa Brigida a Napoli, il Duomo di Amalfi di cui concepì, in collaborazione con Domenico Morelli, anche il disegno dei mosaici della facciata (foto 4, 5, 6, 7 e 8), Sant’Alfonso a Pagani, la Biblioteca Lucchesi Palli, l’Università di Napoli, le cattedrali di Ragusa (foto 9), Cosenza e Crotone nonchè numerosi altri edifici religiosi e civili di Palermo come la chiesa di San Francesco d’Assisi, Villa Pajno, il Circolo artistico, la Galleria d'Arte Moderna (foto 10 e 11), l'Istituto dei Ciechi (foto 12). La sicurezza del disegno e la padronanza della tecnica dell’affresco gli valsero la reputazione di uno dei maggiori specialisti italiani del suo tempo.

Egli, già ottantenne (foto 13) e nonostante il divieto imposto dai medici, con un lavoro continuo di dieci mesi, affrescò la Cupola della Basilica di Sant’Alfonso a Pagani (SA) che misura la superficie di oltre centotrenta metri quadrati. L’enorme fatica, sopportata da un organismo logorato dagli anni e dal lavoro, non poteva non produrre i suoi malefici effetti. Paolo Vetri nel giugno del 1933, appena espletata quell’ultima colossale opera, si ammalò, per non lasciare più il letto e morire il 2 maggio 1937, dopo quattro anni di atroci sofferenze alleviate dalla sua unica adorata figlia, Virginia.

Accanto ai grandi cicli decorativi e agli affreschi monumentali esiste un Vetri forse ancora più autentico: quello delle tele da cavalletto, dei ritratti e delle figure popolari. È il pittore che osserva con rispetto la gente comune, che coglie la dignità del lavoro quotidiano e trasforma la luce del Mezzogiorno in poesia. Nei suoi dipinti non vi è mai compiacimento descrittivo né ricerca del pittoresco. Ogni volto racconta una storia; ogni figura diventa il simbolo di una comunità.

Tra queste opere occupano un posto speciale due dipinti di collezione privata, oggi esposti eccezionalmente a Palazzo Chiaramonte, Sala Proserpina, fino a 20 ottobre 2026: la Popolana ennese (foto 14), databile intorno al 1880, pubblicata nella fondamentale monografia della professoressa Maria Concetta Di Natale⁴, e la Contadinella caprese (foto 15), proveniente dalla Collezione Capodanno, già pubblicata nel 1938, nel catalogo⁵ che Mattia Limoncelli dedicò a Paolo Vetri in occasione della mostra commemorativa organizzata dal Regio Istituto d’Arte di Napoli. Quest’opera riapparve nel 2007, quando venne nuovamente riscoperta e ripubblicata⁶ con un particolare aneddoto: nei vari passaggi di proprietà al dipinto era stata apposta la firma apocrifa del pittore monrealese Antonino Leto, le cui richieste di mercato erano più vivaci. L’opera venne restituita a Paolo Vetri grazie al Prof. Gioacchino Barbera che la ricondusse correttamente alla precedente pubblicazione del Limoncelli, corredata di appendice fotografica.

Le due giovani sembrano provenire da mondi lontani: una appartiene alle montagne dell’entroterra siciliano, l’altra ai colori luminosi dell’isola di Capri. Eppure, osservandole attentamente, si comprende che sono figlie della stessa ispirazione.

Vetri non dipinge il costume popolare; dipinge l’anima delle persone.

Nella Popolana ennese lo sguardo intenso della giovane attraversa il tempo con una forza quasi ipnotica. Il candido fazzoletto che le avvolge il capo richiama spontaneamente il suffibulum delle antiche sacerdotesse di Cerere, evocando quel legame profondo fra il mito della dea ennese e la storia millenaria della città. In quel volto non vive soltanto una ragazza dell’Ottocento: vive la fierezza di un popolo che da secoli abita il cuore della Sicilia.

Diversa, ma altrettanto intensa, è la Contadinella caprese. La giovane stringe fra le mani una semplice brocca di terracotta, umile compagna del lavoro quotidiano e discreto simbolo dell’acqua, della casa e della vita. L’abito bianco riflette la luce intensa del sole mediterraneo fino a costringerla a socchiudere gli occhi, mentre alle sue spalle una grande ombra azzurrata si distende sul muro quasi a costruire un secondo ritratto, misterioso e silenzioso. È una soluzione pittorica di rara eleganza nella quale la luce non illumina semplicemente la scena, ma diventa essa stessa materia narrativa.

Il lieve sorriso della ragazza possiede una naturalezza che commuove. Vetri non idealizza la figura e non indulge mai nel folclore. Osserva con rispetto la semplicità della vita contadina e la trasfigura in una bellezza universale. Anche qui la protagonista non rappresenta soltanto una giovane di Capri, ma diviene immagine della dignità del popolo meridionale, della serenità conquistata nel lavoro e della profonda armonia tra l’uomo e la natura, «…il tondo di quel volto – faccia di luna piena – di quella piccola Cibele che regge l’anfora e ti guarda e non ti guarda, e non sapresti se socchiude gli occhi per il riso o per il sole, ti ispira una subita contentezza…»⁷.

È in queste opere che emerge forse il tratto più originale della sua pittura. Paolo Vetri trovò la grandezza nei volti delle persone comuni, elevando la quotidianità a poesia. Ma il patrimonio di Paolo Vetri conservato a Enna non si esaurisce nelle opere già ricordate. Vi è un dipinto che merita una particolare attenzione, non soltanto per il suo valore artistico, ma anche per il luogo nel quale oggi si trova: la Zingara, un olio su tela conservato all’interno della stanza del Sindaco del Comune di Enna (foto 16).

Si tratta di un’opera che venne esposta nel 1910 alla Nona Esposizione Internazionale d'Arte di Venezia e restituisce ancora una volta quella particolare attenzione di Vetri per la figura umana e per i volti, soprattutto quando questi appartengono alla gente comune. La giovane zingarella raffigurata emerge da un fondo scuro con una presenza intensa e quasi magnetica. Il costume, i gioielli, il copricapo e i colori accesi concorrono a costruire una figura di grande forza espressiva. Questo capolavoro si trova oggi in un ambiente istituzionale normalmente non accessibile al pubblico, pertanto, sarebbe auspicabile studiare una soluzione che ne consenta la fruizione pubblica, attraverso una collocazione in uno spazio comunale aperto ai cittadini, come la Sala Proserpina di Palazzo Chiaramonte. Un percorso dedicato alle opere di Vetri presenti in città, permetterebbe a cittadini e visitatori di conoscere un dipinto che oggi rimane, di fatto, nascosto. La questione non riguarda soltanto la Zingara. Nel Palazzo Comunale è infatti conservato anche un altro olio su tela di Paolo Vetri, il Ritratto di fanciulla (foto 17), anch’esso appartenente al patrimonio pubblico della città. La presenza delle due opere nello stesso edificio rende ancora più evidente l’importanza di un progetto di valorizzazione che restituisca alla collettività questi capolavori di Vetri. Infatti, un’opera d’arte pubblica è davvero patrimonio della comunità quando la comunità può incontrarla.

Nonostante vivesse a Napoli, Paolo Vetri tornava spesso a Enna, come dimostrato anche da una dedica apposta su una sua monografia del 1909⁸, «La Legge fondamentale della Prospettiva e la teoria della Visione»: «al mio amatissimo Signor Don Paolo Longi (una legge della visione che ho divinato qui, a Castrogiovanni)» (foto 18).

L’autorevole parere di Vetri era determinante per i suoi concittadini ove si dovessero assumere importanti decisioni in campo artistico; così avvenne nel 1922 quando fu consultato in merito all’esecuzione del monumento in memoria di Napoleone Colajanni: Vetri diede precise indicazioni sullo stile sobrio che avrebbe dovuto avere l’opera nonché sullo scultore, Ettore Ximenes, che avrebbe dovuto eseguirla. Qualche tempo dopo, Ximenes ebbe a scrivere: «Paolo Vetri, lo vidi tre anni or sono forte e ricco d’ideali. La sua mite e modesta natura ha sdegnato di farsi largo fra la folla degli arrivisti, ma la sua opera resterà prezioso esempio di correttezza sia nella forma che nelle immagini»⁹.

Questo legame con la propria terra trova il suo compimento ideale nell’acquerello del 1927, straordinario bozzetto preparatorio del gonfalone della nascente Provincia di Enna (foto 19): occorreva realizzare una degna raffigurazione e, anche questa volta, Enna si rivolse a Vetri.

Il progetto di Vetri venne approvato con regio decreto del 24 agosto 1928 che designava la seguente blasonatura: «d’azzurro alla dea Cerere (inventrice del grano secondo la mitologia) maestosa e affabile, con la tunica di argento e la sovrattunica di rosso, il viso e le mani di carnagione, capelluto di oro; coronata di spighe d’oro; essa regge: con la mano destra la lampada utilizzata per la disperata ricerca della figlia Proserpina (rapita dal dio degli inferi Plutone), con la mano sinistra il grano assieme ad altri frutti della terra; sostenuta da esiguo basamento di argento».

Del progetto esecutivo di Vetri sopravvivono alcuni studi preparatori, di cui due custoditi nel Museo della Certosa di San Martino di Napoli. Un analogo stemma all’acquerello (foto 19) datato 1927, con dedica all’amico carissimo Prof. Ernesto Anzalone, già pubblicato nel 1990 nella monografia del pittore¹⁰, verrà esposto nella Sala Proserpina, fino al 18 ottobre 2026.

Più che uno studio araldico, esso appare come una dichiarazione d’amore alla sua città. Con la leggerezza e la trasparenza proprie dell’acquerello, Vetri lascia affiorare la figura della Cerere ennese, quasi emergesse dalla memoria stessa della Sicilia. La dea, coronata di spighe, impugna la fiaccola con la quale la tradizione la vuole impegnata nell’eterna ricerca della figlia Proserpina, mentre nell’altra mano reca i frutti della terra, simbolo di fertilità, di abbondanza e di speranza. Attorno a lei compaiono ancora le tre torri dello stemma cittadino e il motto latino Urbs inexpugnabilis Ennae, elementi destinati a scomparire nel gonfalone definitivo, ma che nel bozzetto conservano intatto il sapore della storia e del divenire stesso dell’opera.

In quell’acquerello Vetri non dipinge semplicemente un emblema istituzionale. Dipinge l’identità di un popolo. La Cerere diventa la madre simbolica di Enna, custode delle sue origini e della sua vocazione. Le velature dell’acquerello sembrano sospendere la figura in una dimensione senza tempo, dove il mito classico si fonde con il paesaggio delle alture ennesi e con la memoria collettiva della città.

È significativo che, ormai giunto alla piena maturità artistica, Paolo Vetri abbia scelto proprio Cerere per rappresentare la sua terra. Dopo aver dipinto per tutta la vita donne del popolo, madri, contadine, popolane e figure femminili di intensa umanità, egli conclude idealmente il suo percorso affidando ancora una volta a una donna il compito di incarnare l’anima di Enna.

Forse è proprio questo il filo invisibile che attraversa tutta la sua opera. Dalla Popolana ennese alla Contadinella caprese, fino alla Cerere del gonfalone, la figura femminile diventa il volto stesso della terra: la donna come custode della memoria, della vita, della fecondità e della speranza. Non si tratta di semplici ritratti, ma di immagini che trasformano la realtà quotidiana in simbolo universale.

La prima mostra commemorativa dedicata a Paolo Vetri risale al 1964. Dal 5 al 15 settembre di quell’anno, come documentano le cronache dell’epoca, l’Amministrazione Comunale di Enna organizzò al Teatro comunale una mostra in memoria del pittore Paolo Vetri, bandendo contestualmente un concorso di pittura e di scultura. Un’altra mostra retrospettiva di Vetri venne allestita nel 1989 nei locali della scuola media “Pascoli” dove vennero esposte diverse tele provenienti da collezioni pubbliche e private.

A distanza di  quasi 37 anni, il 9 settembre 2026, è stata realizzata una mostra a Palazzo Chiaramonte, a Enna, aperta fino al 18 ottobre 2026, che restituisce nuovamente alla città il suo pittore. Oltre a opere di Paolo Vetri sono esposte opere di altri valenti artisti ennesi attivi tra la fine dell’800 e i primi del ‘900 quali: Luigi Gallina (1865 - 1931), Apollonio Dibilio (1885 –1916), Francesco Lodato (1881 – 1961) e lo scultore Giuseppe Sutera (1878–1967), per alcuni dei quali sono documentati rapporti di affettuosa amicizia, a testimonianza dei legami umani e artistici che animarono l’ambiente culturale ennese dell’epoca.

L’esposizione, che si incardina nella Quinta Edizione del Premio Nazionale di Pittura Paolo Vetri, è stata ideata e coordinata da Pippo Lombardo per Libri&Altrove APS, con allestimento di Silvana Virlinzi, con il patrocinio del Comune di Enna, del Libero Consorzio Comunale, dell’ARS e della Soprintendenza per i Beni Culturali e Ambientali di Enna (foto 20).

Per l’occasione è stato redatto un catalogo delle opere esposte con il contributo della Prof.ssa Maria Concetta Di Natale, del Prof. Pippo Lombardo, del Prof. Gaetano Bongiovanni, della Dott.ssa Valeria Contarino, della Dott.ssa Raffaella Greca e con un mio personale contributo (foto 14).

Questo catalogo è dedicato alla memoria di Paolo Vetri e alla città di Enna, che continua a riconoscersi nei volti dipinti dal suo più grande pittore (foto 21).

Si tratta del primo catalogo dopo quello del 1990 realizzato dalla Prof.ssa Maria Concetta Di Natale, Storica dell’arte di respiro internazionale, autrice di innumerevoli pubblicazioni scientifiche sulle arti decorative siciliane, la quale ha partecipato all’inaugurazione (foto 22), creando un ideale ponte tra la monografia che ha costituito, per ben 36 anni, il riferimento imprescindibile su Vetri e la nuova stagione di studi e valorizzazione¹².

Dell’uomo Vetri si ricorda: «il portamento semplice di Lui, quale di chi non eccede nella valutazione del proprio merito; l’aspetto dolce, quasi serafico del suo viso; la sobrietà della sua parola in genere, e la discrezione nel pigliar parte alle questioni anche di arte…si raccoglie unanime il giudizio: sull’onestà della vita stessa; sulla mitezza dell’animo, che spiega la sua preferenza pei soggetti sacri; sulla scrupolosità nella preparazione e nell’esecuzione delle opere, che gli ha fatto raggiungere l’eccellenza in ciascuna delle particolari fatture di queste ultime; infine sullo assorbimento completo del suo Essere dalla passione per l’Arte»¹¹.

La mostra e il relativo catalogo nascono non solo dall’intento di documentare una serie di opere, ma di contribuire a riportare Paolo Vetri nel posto che merita, nella storia dell’arte italiana e, allo stesso tempo, nella memoria della sua città.

Paolo Vetri partì giovanissimo dalla rocca ennese, con mezzi semplicissimi e con una grande speranza. Arrivò a diventare un artista conosciuto e stimato ben oltre i confini della Sicilia. Ma, nonostante il successo, non dimenticò mai Enna.

Forse il messaggio più bello che possiamo raccogliere oggi dalla sua vicenda umana è proprio questo: si può andare lontano senza perdere le proprie radici e si può vivere in qualsiasi parte del mondo continuando a portare dentro di sé il luogo da cui si è partiti.

E' per questo che oggi non celebriamo soltanto un grande pittore; celebriamo un uomo che attraverso l’arte ha saputo conservare e raccontare l’anima della sua terra.

E se, attraverso questo percorso, riusciremo a far sì che qualcuno, uscendo dalla prestigiosa Sala Proserpina, guardi Enna con occhi un po’ diversi — con maggiore consapevolezza della sua storia e della sua identità — allora avremo raggiunto il nostro obiettivo.

Perché l’arte, in fondo, non appartiene soltanto a chi la crea. Appartiene anche a chi la custodisce, a chi la tramanda e a chi continua a raccontarla.

(Estratto dal mio contributo pubblicato sul catalogo della mostra «Paolo Vetri e altri artisti ennesi del primo Novecento», a cura di Associazione culturale Libri&Altrove APS di Enna, agosto 2026, per i tipi di Tipografia Lussografica, Caltanissetta).

Gaetano Cantaro

 

Note

¹ L. M. Bottazzi, I libri e gli affreschi di una biblioteca, in «Varietas Rivista illustrata», inizi ‘900, p. 380.

² L. M. Bottazzi, I libri e gli affreschi… cit., p. 381.

³ C. Martinez, Commemorazione di Paolo Vetri, Napoli, 1937, p. 6.

⁴ M. C. Di Natale, Paolo Vetri, Caltanissetta, 1990, p. 25.

⁵ M. Limoncelli, Paolo Vetri, Napoli, 1939, p. 15, tavola non numerata.

⁶ G. Barbera, Poliorama Pittorico - Dipinti e disegni dell’Ottocento siciliano, Agrigento – Milano, 2007, pp. 166-167.

⁷ M. Limoncelli, Paolo Vetri… cit., p. 15.

⁸ P. Vetri, La Legge fondamentale della Prospettiva e la teoria della Visione, Napoli, 1909.

⁹ P. Russo, Breve storia di un monumento, con due appendici (1921-1950). Il “Napoleone Colajanni” di Ettore Ximenes e i monumenti a Paolo Vetri e Giuseppe Mazzini, in Arti al Centro, Ricerche sul patrimonio culturale della Sicilia centrale 1861-2011, a cura di Maria Katja Guida e Paolo Russo, Firenze, 2015, pp. 118-119.

¹⁰ M. C. Di Natale, Paolo Vetri… cit., pp. 65-66, 68.

¹¹ C. Martinez, Commemorazione… cit., p. 14.

 

 

 


 

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Categorie: I Comuni, Enna, Storia e arteNumero di visite: 694

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