Il massiccio di Monte Altesina, costituito da quarzareniti e arenarie del Flysch Numidico, originatosi dalla collisione tra il continente africano e quello euroasiatico (databile intorno ai 35 milioni di anni fa), con i suoi 1192 metri di altezza è il rilievo più alto dei Monti Erei, tanto da diventare proverbiale nel detto siciliano: “gatu quantu l’Artisina” (alto quanto l’Altesina) o “negghia a l’Artisina, acqua na’ sacchina” (la nebbia all’Altesina porta l’acqua nelle tasche).
Diodoro Siculo e Vibio Sequestre lo chiamarono Mons Heraeus, monte di Era (da qui il toponimo di Monti Erei), forse dal culto della dea Era identificabile con la romana Giunone, figlia di Cronos e di Rea, sorella e sposa di Zeus.
In epoca normanna, il nome del sito cambiò in Artisina o Artesina, tramutato oggi in Altesina. Giovanni D’Urso ritiene che tale nuova denominazione sia stata importata da immigrati lombardi (qui giunti al seguito dei Normanni) che ripresero il nome di una montagna del cunese denominata proprio “Artesina”.
Il sito risulta occupato dall’Età del Bronzo (almeno lungo tutti i versanti del monte, come testimoniato dalle tipiche tombe a forno, una settantina rinvenute ad oggi). Intorno al VI secolo a.C. sulla sommità venne realizzato un ampio abitato fortificato, frequentato fino al III-II secolo a.C. Le prime ricerche archeologiche risalgono al 1951 quando furono esplorati una cisterna a campana scavata nella roccia e un edificio a più vani con una scala ricavata nel banco roccioso. Durante le indagini eseguite nel 1986, 1988, 1992 e 2007 vennero alla luce ulteriori strutture semi-rupestri datate tra VI e IV secolo a.C.: l’altezza delle pareti, ricavate dalla nuda roccia, ha fatto presumere agli archeologi che hanno indagato il sito (Enza Cilia e Carmela Bonanno) che fossero edificate su più piani. Negli strati di crollo venne alla luce coroplastica di pregio databile tra la fine del V e il IV secolo a.C. nonché frammenti di teste fittili di età ellenistica attestanti l’esistenza di un luogo di culto. La città greco-indigena venne gradualmente abbandonata nel corso del III-II secolo a.C. Si ignora ancora quale sia stato il motivo di tale abbandono: le ipotesi avanzate dal gruppo di ricerca italo-francese hanno suggerito una possibile causa geo-morfologica associabile al graduale abbandono dei centri indigeni per lo sviluppo degli abitati in piano, nonché di siti selezionati che sopravvivono al periodo romano in quest’area della Sicilia (Enna, Assoro, Monte Alburchia, Imachara).
Sicuramente il Monte Altesina costituiva un caposaldo strategico del centro della Sicilia e punto di snodo essenziale fra le diverse culture che si sono avvicendate nel corso dei secoli. Varie sono le ipotesi sull’identificazione della città greco-indigena: alcuni studiosi hanno suggerito Imachara, altri Erbita, altri ancora hanno ritenuto qui vi fosse la misteriosa Engyon, la città fondata dai soldati di Minosse, posta a cento stadi da Agira; purtroppo, in mancanza di dati certi si rimane nel campo delle mere ipotesi.
È possibile che il Monte Altesina sia stato abitato anche da comunità di mercenari, trovandosi il monte sulla linea di altre inespugnabili rocche occupate da mercenari fin dall'età dionigiana, come Ameselon (Regalbuto) e Agira.
Gli scavi archeologici del novembre 2025 presso la parte sommitale del sito, condotti in codirezione fra la Soprintendenza di Enna e l’Università di Orléans (Francia),hanno permesso di identificare le tracce di un insediamento che riutilizza le strutture più antiche e che si data fra età tardo-romana e bizantina. Inoltre, Michele Amari, storico della Sicilia islamica, interpretava il sito come quella “inaccessibile/inconquistabile” montagna che l’esercito islamico di Palermo occupò nell’estate dell’855 per assediare Enna e il suo territorio. È probabile che da questa montagna e dal suo comprensorio i musulmani divisero geograficamente l’isola in tre Valli: Val Demone a est, Val di Mazara ad occidente e Val di Noto a sud. Così l’Altesina e il suo comprensorio rimasero il centro geografico della Sicilia nel corso dei secoli.
In cima all’abitato rupestre si apprezza un ingrottato recentemente indagato archeologicamente dal gruppo di ricerca italo-francese (diretto sul campo da Giuseppe Labisi) il quale ha riscontrato le evidenze, in collaborazione con il geologo Dott. Vito Trecarichi, di una sorgente non più attiva che, attraverso un complesso sistema di canalizzazioni, sgorgava all’esterno della grotta.
La scoperta di numerosi frammenti di maschere e statuette votive inducono a ritenere che in quel luogo si praticasse un culto che si può ricollegare all’acqua: oltre ad assurgere a simbolo di vita costituiva anche elemento di purificazione e sacralità, spesso legata a rituali agrari che si praticavano da epoca remotissima nella Sicilia centrale.
Proprio sopra l’ingresso dell’ingrottato, è possibile ammirare una epigrafe lunga 112 cm risalente alla metà del IX sec. d.C. in caratteri cufici. È possibile leggervi una professione di fede islamica (shahada): “Non v'è Dio al di fuori di Allah, Maometto è il profeta di Allah". L’iscrizione è tra le più antiche del periodo islamico siciliano e indica il carattere religioso del sito anche in questo periodo.
In età post-medievale il Monte Altesina non perse la dimensione religiosa cui era predestinato per le sue particolari caratteristiche naturali e divenne luogo ideale di eremitaggio tanto che, a partire dal XVII secolo d.C., una comunità di eremiti edificò nelle sue pendici sudorientali un piccolo romitorio dedicato alla Madonna di Lartisina. Il romitorio fu fondato da Padre Andrea del Guasto dell’Ordine degli agostiniani della “riforma di Centorbi”. La chiesa risulta già essere esistente nel XVI secolo con un culto legato a Sant’Erasmo. Quest’ultima venne costruita in piano e, sopra un grande banco roccioso squadrato ove si possono ammirare ancora due cantonali intagliati nonché le mensole di una bella balconata, fu realizzata una torre di avvistamento. Sul lato ovest, intagliato a barbacane per fini difensivi, si apprezza una nicchia ad arco utilizzata come edicola. La torre è stato l’oggetto di scavi archeologici nel mese di marzo 2025 da parte dell’équipe italo-francese che ha permesso di identificare la cronologia fra XVI e XVII secolo, nonché fasi di frequentazione di età greca e, probabilmente, dell’età del bronzo.
Inoltre, sempre durante la campagna di scavi del marzo 2025, sono state riportate alla luce le cucine del convento che hanno restituito due forni, di cui uno a cupola per la cottura del pane, nonché macine in pietra lavica per la molitura del grano (risalenti all’epoca classica ma riutilizzate fra XVI e XVII secolo) e resti di vasellame da cucina e da mensa dello stesso periodo. Questi rinvenimenti hanno consentito di meglio conoscere la vita quotidiana della comunità di eremiti agostiniani, le cui vite qui trascorrevano in un tempo lontano scandito da spiritualità e lavoro manuale.
L’attività di scavo ha restituito anche interessanti frammenti di affresco di questo periodo storico.
Interessante anche la presenza di ben cinque palmenti rupestri in tutta l’area dell’Altesina, di cui uno vicino alle cucine, che dimostrano una intensa attività vitivinicola in una zona in cui la vite è completamente assente da decenni, tanto da poterne difficilmente immaginare qui la presenza.
Fino al XVIII sec., nel mese di maggio, i fedeli e il clero della vicina Calascibetta si recavano in pellegrinaggio pregando religiosamente Santa Maria di l’Artisina, tuttavia, nella metà dell’800 il sito versava già in stato di abbandono.
Oggi il Monte Altesina conserva il suo fascino selvaggio caratterizzato da una fitta foresta composta da querce, in particolare lecci (Quercus ilex) misti a roverelle e da un rigoglioso sottobosco tra cui si distinguono il ciclamino, il pungitopo, l’edera, i cisti, lo stracciabraghe e la ginestra dei Nebrodi. La Riserva Naturale ospita molteplici specie di animali selvatici tra cui il picchio rosso, la poiana, lo sparviero, la volpe, il gatto selvatico, l’istrice, il barbagianni, il cinghiale e molti altri. Il sito è inoltre inserito nel Geopark “Rocca di Cerere” ed è riconosciuto dall’UNESCO per la sua unicità geologica e naturalistica.
In questo luogo, ricco di storia e di mistero, la palpitante bellezza del paesaggio ha assunto da millenni una dimensione sacrale che ammalia i visitatori ancora oggi, in questo “pellegrinaggio naturalistico” nel cuore della Sicilia.
Gaetano Cantaro e Giuseppe Labisi