Il 25 novembre è una giornata che tutte avremmo voluto non celebrare mai. Già molte di noi mal sopportano la festa della donna, in una società in cui l’uguaglianza di genere, che significa innanzitutto rispetto per le diversità reciproche, non è ancora compiuta e tanto meno risolta. La giornata contro l’eliminazione della violenza sulle donne fa riemergere ferite che portiamo dentro per quella scia ininterrotta di femminicidi che non si riesce ad arrestare. Nè una di meno, se accade a me, mamma, fai che sia l’ultima. Sono slogan pieni di rabbia e di non rassegnazione ma che puntualmente si infrangono ogni qualvolta, una di noi cade per mano di un uomo nell’ennesima pozza di sangue. E ogni volta cresce lo sgomento, la paura, la rabbia. La domanda è sempre la stessa. Cosa avremmo potuto fare per salvarle. E così ci ritroviamo qui puntualmente a testimoniare come la violenza di genere sia un piaga infamante e purulenta della nostra società che ci vede tutti chiamati in causa. Da un lato le istituzioni, che nonostante le azioni di prevenzione e di controllo messe in campo non riescono ad arginare il problema. La scuola che pur tra tanti sforzi e difficoltà non riesce a pieno a sanare quelle crepe che si annidano nell’animo e nella psiche delle giovani generazioni, sempre più esposte ad una sub cultura alimentata dai social, dalle realtà virtuali che le rende più fragili incapaci spesso di vivere alla pari un rapporto e di gestire un rifiuto. Un No è No. E non c’è alcun alibi a giustificare il contrario. Feriscono le affermazioni vestite di pseudo analisi di un Ministro autorevole di questo Governo che afferma come la violenza si sia sedimentata in tutti questi millenni nel Dna dell’uomo tanto da non accettare la parità. E quindi secondo questa sua lettura bislacca le donne in tutti questi millenni hanno invece sedimentato nel loro DNA la rassegnazione a subire la violenza. In questa logica si innesca anche il pensiero di un’ altra Ministra secondo la quale l’educazione all’affettività nelle scuole non serve ad eliminare la violenza. Per poi dire spesso che il patriarcato non esiste. Di fronte a ciò dobbiamo chiederci in cosa stiamo sbagliando, cosa avremmo dovuto fare e non abbiamo fatto per proteggere le donne, i loro figli e le loro famiglie. Perchè la violenza ha una scia lunghissima di dolore e di tragedia. Siamo ciascuno di noi responsabili perché non più abituati all’ascolto dell’altro tanto da renderci inconsapevolmente indifferenti presi come siamo dalla frenesia della quotidianità, bombardati come siamo da notizie e immagini di violenza. Le donne ammazzate, così come le migliaia di donne, uomini e bambini uccisi nelle tante guerre disseminate nel pianeta, sono diventati un numero, una statistica ma dietro quella conta infame c’è il volto di una madre, di una figlia, di una amica, di una conoscente o solo di una come te. Facciamo che questa lunga lista si arresti lo dobbiamo a Vanessa, a Loredana, a Mariella, a Margherita, a Giordana, le donne uccise in questi ultimi anni in provincia di Enna, e a tutte le altre, nessuna esclusa, perché il loro sacrificio non sia vano. Oggi sono tante le iniziative organizzate ad Enna così come in tutto il territorio nazionale. Alziamo la voce facciamo rumore perchè il silenzio è complice.