Le antiche porte di ingresso della città di Enna oltre a far parte di un formidabile impianto difensivo, che rese “l’Urbs” inespugnabile nei secoli, assolvevano a funzioni di prelievo fiscale del dazio comunale nel "Comune chiuso" di Castrogiovanni (oggi Enna), designazione, questa, riservata ai Comuni con più di 8.000 abitanti, sottoposti a tale particolare regime fiscale di autofinanziamento e di contribuzione alle finanze statali.
Fin dal medioevo, il dazio di consumo era uno dei più diffusi sistemi di finanziamento dell’Ente comunale, che negli antichi documenti era denominato Universitas (da universi cives, "unione di tutti i cittadini").
Il dazio, dal latino medievale “datio” (il dare, il consegnare), si esigeva innanzi alle porte di accesso della Città da chiunque avesse voluto introdurre merci e derrate alimentari di qualsiasi genere. Pertanto, esso colpiva tutte le merci al passaggio da un preciso confine materiale, chiamato linea o cinta daziaria che coincideva con le mura fortificate della città.
Nei comuni “aperti” e nelle porzioni dei comuni “chiusi” al di fuori della cinta daziaria, l’imposta si riscuoteva sulla vendita al minuto.
Le porte municipali erano controllate da un corpo di guardie specializzate che controllava il flusso delle merci riscuotendo il dazio. Nei primi del ‘900 alcuni comuni affidarono il servizio di esazione a imprese private.
La circostanza ci ricorda l’esilarante scena del film “Non ci resta che piangere” (1984) in cui gli attori Benigni e Troisi, catapultati nel medioevo, si trovano alle prese con un gabelliere che intima loro il pagamento di un fiorino. Dopo aver pagato il primo pedaggio, Troisi è costretto a tornare indietro per recuperare un sacco caduto dal carro. Nel varcare il confine, viene nuovamente ripreso dal severo doganiere: “Chi siete ? Cosa fate ? Quanti siete? Cosa portate? Un fiorino !”. È la frase che il doganiere ha imparato a memoria e che ripropone a colui che aveva già pagato il pedaggio varcando la linea daziaria soltanto pochi istanti prima. Recuperato il sacco, la situazione si ripresenta: di fronte al viaggiatore che varca il confine – senza prendere in considerazione il fatto che fosse tornato indietro soltanto per recuperare il suo sacco – il doganiere recita la sua litania nell’esercizio della propria funzione di rigido esecutore del fisco. Nonostante l’avvenuto pagamento per tre volte della somma di un fiorino, l’esattore continua a ripetere ossessivamente la richiesta come un disco incantato finché non viene mandato a quel paese da un Benigni incredulo e stupito.
Il comico paradosso della scenetta cinematografica ci riporta ad una amara realtà: il dazio di consumo era molto inviso alla popolazione tanto che in alcuni paesi come Bronte, nel 1911, vi furono violente ribellioni e moti di protesta che portarono il popolo a distruggere e bruciare tutti i "casotti" del dazio ubicati all'ingresso del paese. Tra il 1891 e il 1894, il movimento dei Fasci Siciliani dei Lavoratori protestò vivamente contro le pesanti imposizioni daziarie, in particolare sul macinato, che colpivano i generi di prima necessità.
A tal proposito, si ricorda un vernacolo del 1905, opera del poeta naturalizzato ennese, Francesco Sciotto (1851-1917), il quale criticava sarcasticamente i balzelli locali, da cui egli stesso era afflitto per via della sua attività di carrettiere:
“Dazi nni pagamu 'n quantitàti
e nun si sapi unni li spinniti,
s’hannu 'mpignatu ppi fari strati
e tutti li genti mòrinu di siti:
lu pupulu senti, scuta e vidi,
li dinari si li manginu l'impiegati;
pagamu tassi e nni lassinu nudi,
Iddi si fanu li belli scialati.
A Castrugiuvanni è chiusa la comuni,
di tutti banni 'ncassanu dinari;
virgogna pagari lu sapuni,
li puvureddi no' ponnu accattari.
Vinu sinni sfarda senza fini,
e tutti cosi li pagamu cari;
li Magistrati tutti 'ndifferenti,
fannu privi a na popolazioni…”.
La pressione fiscale alimentava spesso il contrabbando così, spesso, si nascondevano le merci per eludere il fisco. Si narra il curioso aneddoto di un ennese che, dopo aver macellato un maiale fuori le mura, ne fece salsiccia nascondendola all’interno delle quartare adibite al trasporto dell’acqua.
Dopo la nascita dello Stato italiano il dazio di consumo venne istituzionalizzato con la legge n.1830 del 1864.
Curiosamente, nei comuni siciliani, benché fosse soggetta a dazio la frutta fresca non lo erano i fichi d’india, così come prescritto dalla Tariffa daziaria del 1894, forse per il loro modesto valore di mercato.
Nel suo celebre manoscritto settecentesco, Padre Giovanni dei Cappuccini così descriveva le dodici porte della città di Enna:
“…Ed ecco miei riveriti ascoltanti, che ci ritroviamo dentro le porte della Città, orsù. Attolite portas principes vestras. Guardate, che per special privilegio della Natura duodeci porte ci introducono nella nostra Città; Miratele e senza accigliarvi se pur potete. Sono essi quattro magiori, quattro minori, e quattro minime: Ecco le porte magiori; Porto Salvo nell'Oriente. Porta di Papa Urbano, seu Paperdora corrotta, nell'Occidente. Porta del Scilotto seu Pisciotto corrotte nell'Austro, e Porta di Palermo nell'Aquilone. Ecco li minori Porta di Gamuti. Porta dell'Acqua nove sotto Santo Filippo. Porta di Amni oscuro, seu lanniscuro corrotta fregiata di un fonte salubre, che questo vuol dire Amni oscuro fontana oscura, ed a Cerasa sotto Valverde, ove la Chiesa prima santificata dalla presenza, e sacrifici di Papa Giovanni XXII. Ecco l'ultime, che per essere precipitosi viali da puochi pratticati, e sono il Pozzillo sotto il Tempio di Cerere; Il viale vicino alle falde di quel Venerabile Monte Salvo: Ramonico seu Raptus iniqus, ove con ratto iniquo secondo le Favole, Orco Re de Molossi portossi prima al lago atto per il lino a Proserpina vaga di fiori e poi all'inferno, e l'altra sotto il tesoro di questa Chiesa madre…” (foto n.1).
Al tempo di Padre Giovanni, che scriveva nella prima metà del ‘700, alcune porte erano già “corrotte” cioè deteriorate ovvero impraticabili per la pericolosità dei sentieri.
La demolizione delle mura e delle relative porte medievali di ingresso avvenne, gradualmente ed inesorabilmente, dopo l'abolizione delle linea daziaria e del relativo dazio di consumo, sancita dal Regio Decreto n.141 del 1930 che istituì le imposte comunali di consumo ed il cui regime di applicazione fu, a sua volta, modificato nel 1973 con l’introduzione dell’I.V.A. (imposta di valore aggiunto).
Alla destra della chiesetta del Kamuth, sopravvive ancora oggi una graziosa torretta (foto n.2 e n.3), probabilmente quattrocentesca, posta a presidio dell’antica strada di accesso alla città di Enna che conduceva a Porta Palermo. Fino agli anni ‘30, la torretta delimitava la cosiddetta “cinta daziaria” della città e lì esisteva una postazione adibita alla riscossione del dazio comunale.
Delle dodici porte di Enna, oggi rimane soltanto quella di Janniscuro (foto nn.4, 5, 6), sottostante il quartiere dello Spirito Santo. La sua conservazione è dovuta solo al caso in quanto essa è ubicata in cima a una scomoda trazzera che fortunatamente non è stato possibile trasformare in rotabile.
Rimane qualche antica fotografia di Porta Pisciotto (foto nn.7, 8, 9, 10, 11), ubicata in Via Pergusa; essa guardava la valle del Torcicoda ed era un baluardo difensivo che chiudeva l'accesso più facile a Enna. Si dice che Porta Pisciotto sia stata demolita per consentire l'accesso in città ad un circo equestre.
Rimangono pochissime foto raffiguranti Porta Palermo (foto nn. 12, 13; da non confondere con il portale di Via Porta Palermo) che era ubicata nei pressi dell’attuale Ufficio postale, all'imbocco della trazzera che conduceva a Palermo; essa veniva chiamata anche Porta Regia, perché da qui facevano ingresso i re provenienti dalla capitale del Regno di Sicilia. Pare sia stata demolita nei primi del ‘900 allorché venne creata una teleferica dalla stazione ferroviaria alla città, che non funzionò mai e fu poi smantellata.
Nella zona sottostante il Castello di Lombardia, la Porta di Porto Salvo (foto n.14) sbarrava la ripida e tortuosa strada di accesso orientale alla Città. Veniva chiamata anche Porta San Calogero in quanto l'adiacente torretta quattrocentesca funzionale alla riscossione del dazio venne trasformata in chiesetta. Di quest’ultima porta rimangono soltanto i resti della torretta.
È probabile che l'eliminazione del dazio comunale (unitamente alla necessità di adeguare la rete viaria) possa aver suscitato l'istinto demolitore del popolo ennese, che nutriva verso le antiche porte una comprensibile ostilità tanto che le stesse finirono per essere distrutte e colpite dalla “damnatio memoriae”, quella stessa memoria che noi oggi tentiamo faticosamente di recuperare.